Teresa Baldoni, Volontario di servizio civile in Kenya

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eccomi sul treno per l’aeroporto di Roma da cui è previsto il mio volo per Nairobi, il mio collegamento tra due mondi tanto diversi ma cosi dolcemente familiari. Da una parte c’è la mia città, Napoli, verso cui nutro un forte senso di appartenenza di cui vado tanto fiera e che riesce sempre a darmi quel calore di cui ho bisogno, dall’altra parte c’è Karungu, la mia seconda casa oramai, dove pur non essendoci nessun legame anagrafico è semplicemente quel posto che rasserena l’anima. Rimpatriata per motivi di visto, mi rimmergo un po’ nella vita occidentale con degli effetti inaspettati. Tornare in Italia dopo mesi ha un sapore diverso, quasi dimenticavo cosa significasse andare ad un cinema o ad un teatro, cosa significasse poter comunicare ventiquattro ore su ventiquattro con chiunque e ovunque o potersi spostare liberamente per la città con ogni mezzo di trasporto senza dover attendere che questo si deva riempire prima di poter vedere l’ombra di una partenza. Insomma, dimenticavo cosa significasse essere bombardati da una miriade di stimoli tanto da arrivare a quella sensazione di non avere il tempo necessario per poter pienamente rispondervi. Ho voglia di fare tante cose, rivedere tutti i miei amici, partecipare ad ogni sorta di evento, mangiare tutto ciò che mi è mancato o semplicemente passeggiare per i vicoli della città, senza scopo alcuno ma mi sento sconfitta dal tempo. L’europeo è al servizio del tempo, ne è condizionato, è il suo suddito. Per essere ed agire deve osservare le sue ferree e inalterabili leggi, i suoi principi e le sue rigide regole. Tra l’uomo e il tempo esiste un conflitto insolubile che si conclude sempre con la sconfitta dell’uomo: il tempo annienta l’uomo. Lascio un mondo cementato di necessità superflue, di vite scandite da scadenze, giorni e ore dove al centro c’è solo l’immagine di te stesso, un fantoccio a cui hai affidato il compito di rappresentarti. Lascio la vita occidentale, una vita che ti sventra, ti frammenta dandoti in pasto a molteplici bisogni che con molta probabilità non esistono. Lascio quel mondo che ti offre un ventaglio pantagruelico di possibilità, che ti spinge ad essere sempre di più, ad avere sempre di più, ad accumulare sempre di più, disumanizzandoti. Vi è stato un momento durante il mio soggiorno partenopeo in cui mia madre ha ben deciso di fare il cosiddetto “cambio di stagione”, la casa era ricoperta di vestiti sparsi ovunque, vecchi o mai usati. In quel momento ho avuto un attimo di soffocamento, dovevo scendere immediatamente per respirare un po’ di aria di mare. In questo periodo storico dove il processo di comunicazione è totalmente stravolto dalle nuove tecnologie e dove siamo più concentrati a mostrarci che a sentirci non riusciamo a fermarci per un secondo per parlare con noi stessi, non riusciamo a farci semplici domande; sono veramente felice? Sono soddisfatto di ciò che sono o di ciò che sono diventato? Questo non significa che dovete affrontare viaggi chilometrici o traversate oceaniche come quella che sto facendo in questo preciso momento per rifletterci su ma diciamo che l’Africa, personalmente, aiuta tanto. E ormai mattina, sono le tre, fa freddo ed ho la febbre. Alla stazione dei bus, cioè una banchina con poche sedie, c’è tanta gente, fila di uomini, donne e bambini ognuno coperto con il proprio kitenge(tessuto di cotone multicolore) per farsi calore, ognuno che aspetta silenziosamente che il bus arrivi. Nonostante abbia assistito più volte a scene del genere, ogni volta mi meraviglio di questa incredibile capacità di sopportazione, questo stoicismo senza uguali. Gli africani intendono il tempo in maniera completamente opposta alla nostra, per loro si tratta di una categoria aperta, elastica, soggettiva. E l’uomo che influisce sul corso del tempo, tramite la sua azione. Per questo se ad esempio dovete aspettare l’inizio di una riunione, non ha senso chiedere “quando si comincia?” La risposta è risaputa, quando la gente si sarà riunita. Cosi come sull’autobus, l’africano non chiederà mai quando si parte, sale, occupa un posto e si rifugia nella sua attesa passiva. La gente vi sprofonda ben sapendo ciò che avverrà, per cui cerca di mettersi più comodamente possibile, nel posto migliore. Riescono a sdraiarsi nei posti più improbabili, per terra, su una pietra, in silenzio, rimanendo immobili come caduti in un sonno fisiologico, inerti. Di solito lo sguardo è vitreo, gli occhi sono aperti ma apparentemente senza una scintilla di vita. Cosa succede nella testa di queste persone? Cosa staranno pensando? Meditano? Fanno progetti? Viaggiano in altri mondi? Nessuno di noi potrà mai capirlo. Il bus parte tra cinque ore(se tutto va bene), il freddo mi impedisce di aspettare con loro, cerco un bar per poter riscaldarmi, sistemare i borsoni e appoggiare la mia testa febbricitante. Incomincio ad essere insofferente, voglio lasciare al più presto

Nairobi. Nairobi è una città grande che dà l’impressione di essersi formata da un giorno all’altro dalla boscaglia o dalla giungla. E una città piena di contraddizioni che alterna grattacieli agli slums (baraccopoli), quartieri residenziali e business center a quartieri malfamati ed estremamente poveri, parchi infiniti ad accumuli di spazzatura. C’è traffico, calca, frastuono: la vita si svolge tutta nelle strade delimitate da rigagnoli di fogne a cielo aperto. Finalmente si sale sull’autobus, logoro, lercio, dove l’aria è pesante, afosa. La musichetta di sottofondo e le fragorose risate del conducente mi impediscono di addormentarmi, osservo la vita del Paese svolgersi ai lati della strade, in certi punti fittamente costeggiati di negozi, bar, piccoli hotel aperti notte e giorno. Basta fermarsi un attimo che venditori ambulanti tentano, raggiungendo i finestrini, di offrirti la loro merce; bottigliette di acqua, biscotti, saponi. Realizzo di essere tornata, realizzo di sentirmi di nuovo in Africa, questa volta con una consapevolezza maggiore di dove mi trovo e del perché sono qui. Lascio un Paese tanto ricco che può farti diventare tanto povero, torno in un Paese tanto povero che può farti diventare tanto ricco.

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