OJALÁTODO SALGA BIEN

 

Dennis ha intercettato la mia espressione stranita quando sul colectivo diretto a Lima il mio vicino di viaggio ha attaccato bottone chiedendomi quanti figli avessi. Quando poi l’anziana signora del mercato che da anni rifornisce la Casa Naturista delle piante medicinali ha storto il naso a sentire che non avevo ancora messo su famiglia, non ha aspettato che io facessi la domanda e mi ha spiegato che le ragazze, in Perù, diventano madri molto giovani, ben prima dei 18 anni.

Questa prima fase però, quella dello stupore, è del turista ed è la prima cosa che inizia a sfumare piano piano, diluita nelle settimane che si ripetono, sostituita silenziosamente dal quotidiano.

Il quotidiano è l’essere in un luogo e non il passare per un luogo. Il quotidiano serpeggia nelle abitudini e quando si tratta di stare lontano da casa, specialmente in America Latina, il quotidiano è un mandala di bizzarria iridescente che confonde e diverte.

Mia nonna ripeteva che si fa l’abitudine a tutto. Lei faceva riferimento ai suoi genitori e a come la loro generazione avesse fatto il callo alle atrocità vicine e lontane delle guerre mondiali ma a me quella frase è tornata in mente quando una mattina richiamavo una combi pensando a cosa avrei dovuto fare quel giorno in laboratorio. Mi sono vista da fuori, lungo la strada sterrata, sul “cruce del descanso”, dove all’ombra degli alberi le persone riposano a tutte le ore. Mi sono vista immersa in un quotidiano al quale, pensavo, l’occhio non avrebbe mai fatto l’abitudine.

 

Mi appunto in testa che tutto può diventare il quotidiano e torno su, col pensiero a Dennis, perché nel lento radicarsi nell’ogni-giorno altrui arriva un’altra sensazione bella e profonda, quella dei perché.

Può sembrare frivolo alle volte ma sapere il perché succedono le cose che succedono nel posto in cui sei è la filigrana fondamentale che suddivide il passante dall’abitante. Il perché dei gesti. Uno sorriso, uno sguardo truce, un si, un “todavía” o una risata fragorosa alla domanda più innocente. Vivere questa esperienza mi ha fatto affondare le mani in quella che è la mentalità del Perù e la filosofia di vita insita nelle azioni di tutti i giorni. Ogni risveglio in questa terra straniera lima via un dubbio, un pregiudizio o un’ignoranza sulla mentalità del luogo e mi fa entrare in un contatto più intimo con quello che è l’essenza più vera dell’essere peruviani.

I passaggi successivi sono i più amari e forse anche i più belli perché sono quelli che ti fanno veramente arrivare alle durezze e alle differenze più aspre davanti alle quali sai di non poter fare niente. Per quanto in profondità tu conosca il diverso rimarrà sempre chiaro ed evidente a tutte e due le parti che rimani straniero in terra straniera. Il malessere che ne deriva è la chiave per capire fino a che punto un luogo può essere la tua casa per poco o per molto tempo. Ecco che il “si fa l’abitudine a tutto” si dimostra essere verità per alcuni e non per altri. In un attimo di lucidità comprendo che non bisogna adattarsi a tutto, che forse è sbagliato farsi sedurre dal fascino della semplice bonarietà che ti porta a sopprimere un malessere fondamentale invece per essere stimolati al cambiamento proprio e del contesto in cui si vive.

L’ultima stazione di questo processo di consapevolezza è una domanda. Ma ne vale la pena? Riuscirò a vincere l’inerzia del mondo che mi circonda e lasciare una traccia che non venga spazzata via appena salirò sul mio aereo? Non parlo solo di oggetti, di foto sbiadite su una bacheca ma gesti, soluzioni, ingranaggi umani minuscoli messi in moto con mesi e mesi di lavoro.

Lo chiedo a Dennis che ha sempre una risposta pronta per tutto: “ojalá todo salga bien si las italianas están con nosotros”.

Il contributo c’è e non è nell’imporre un metodo di lavoro ma nel portare due mondi a contatto anno dopo anno, farli conoscere, contaminare e allargare le reciproche mentalità. Una prospettiva di lungo periodo i cui frutti su questo posto posso solo intuire e che vedrò invece riflessi in me per il resto della mia vita.

Qui, ora, posso solo imparare a leggere la trama trasparente che i volontari prima di me hanno lasciato nelle persone e nel modo in cui ho trovato, al mio arrivo, questo polveroso quadrato di mondo.

 

Huaycan 20/09/2018


 

Irene Brusa

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Commenti chiusi