Pensieri da Mafuiane

di Stefania Rocca, volontaria a Mafuiane, Mozambico

Mafuiane è un villaggio di 5000 anime nel sud del Mozambico, dove presto verrà inaugurato un nuovo ospedale pediatrico. L’accesso alle strutture sanitarie è un problema presente pressoché in tutta l’Africa e ad oggi, ahimè, anche in Europa, soprattutto per gli immigrati, quelli che non hanno diritto ad un visto e un biglietto aereo.
Qui a Mafuiane è presente un posto di salute, mentre l’ospedale provinciale è a Matola, a molti km di distanza.
Il nuovo ospedale dovrebbe quindi costituire un bel passo avanti per l’accesso alle cure di tutti i bambini del villaggio e di quelli vicini. Da biotecnologa molecolare con qualche anno di esperienza, dovrei aiutare ad equipaggiare il laboratorio del centro pediatrico, a formare il personale che ci lavorerà o semplicemente lavorare al loro fianco.

Durante questi primi giorni di adattamento ed osservazione ci siamo occupati di montare letti, pulire stanze e comprare gli ultimi pezzi mancanti. L’altro giorno ho aiutato le attiviste sanitarie a fare una lista dei farmaci disponibili per la farmacia dell’ospedale. Gli attivisti sanitari sono in tutto dieci (nove ragazze e un ragazzo) e sono stati formati negli anni passati per collaborare con il progetto “saúde da crianças”, salute dei bambini.
Il loro compito consiste principalmente nel monitorare la salute dei bambini con screening programmati, prima nelle escolinhas, le scuole materne del villaggio, e successivamente con visite a domicilio muniti di taccuino e biciclette.
Ho passato la mattina con Rute, che ha una risata travolgente, è loquace e peperina, con Dulçe che rimane un po’ più sulle sue ma con le sue amiche si lascia andare e con Clara, donna, mamma e cuoca che la prima sera ci ha accolti con samosa e torta fatta in casa.
Sei osservato e studiato, come è giusto che sia, così come tu studi loro. Ne hanno visti di ragazzi bianchi arrivare, fermarsi un anno e poi andare: hanno il diritto di scegliere quando e quanto darti.
Rosa invece, la figlia di Clara, è una bambina di sei anni, di una bellezza e un’intelligenza rara e dopo nemmeno un’ora, con la spontaneità tipica dei bambini, mi regala i suoi sorrisi, le sue carezze e mi fa l’onore di rendermi compagna dei suoi giochi.

Nel villaggio le case sono piccole e senza acqua potabile. S. ci ha invitati ad entrare, l’arredamento è minimo e una bacinella piena d’acqua ricopre il lavandino. Nel frattempo sua figlia si prepara un pezzo di pane con margarina.
Nonostante tutto non manca l’invito a bere chà, il the. I soldi sono sicuramente pochi, eppure sembrano felici di vivere nell’abbraccio della propria comunità, contando sulla forza delle proprie braccia e sul mutuo appoggio.
Un ragazzino l’altra sera ha visto me e Andrea camminare per la strada principale del villaggio, ci ha fatto il gesto dei soldi con la mano e detto qualcosa in ronga, forse chiamandoci semplicemente “uomo bianco”, poi ha continuato a ridere di noi con i suoi amici.
Non ci sono rimasta male, ho pensato che hanno ragione, arriviamo qui dall’alto dei nostri soldi e dei nostri comfort mentre intanto molti di loro, nonostante le piccole migliorie, i posti di lavoro e i tanti progetti, restano nella povertà. Però badate bene, parlo di povertà nel senso stretto di mancanze materiali, perché non posso esimermi dal pensare già dopo pochi giorni, che siamo più poveri noi.

 

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