La vita a Karungu

Scrivo (di getto) dalla missione del St. Camillus Hospital a Karungu, la mia casa attuale.

Siamo partiti da Roma in 4 per il Kenya con AUCI, il nostro ente di riferimento: 2 destinati ad una “children house” nei dintorni di Meru (a nord di Nairobi) ed io e Letizia, infermiera, qui sul lago Vittoria.
Solo il viaggio è già stata un bella avventura. Da Roma ad Istanbul con un mega aereo internazionale abbiamo fatto le prime 2 orette di viaggio; per le seguenti 7 ore invece, da Istanbul a Nairobi, eravamo su un aereo dimensione ryanair, ma per fortuna a farmi compagnia c’era un signore napoletano diretto a Nairobi per estendere il suo commercio di rose anche al Kenya.
Atterrate a Nairobi intorno alle 4 di notte, io e Letizia siamo riuscite a farci anticipare il volo interno e per le 10,30 eravamo sotto il sole caldo di Kisumu. Con altre due orette e mezza di macchina finalmente poi abbiamo raggiunto la missione.
L’aria fresca dal lago da subito si è fatta sentire.

Ad accoglierci qui ci sono: il fondatore di quest’oasi paradisiaca che è padre Emilio, un camilliano che vive qui da 25 anni; brother Bonadventure all’administration dell’ospedale; father John che gestisce il Dala Kiye, l’orfanotrofio per bambini sieropositivi ed una bella pasta all’italiana preparata dai cuochi kenyoti!
Mangiamo sempre tutti e 5 insieme e devo dire che non mi spiace il bel mix della cucina italo-kenyota. Passiamo dalla pasta all’ugali(tipo polenta), dall’insalata al sukuma wiki(tipo spinaci) e dal pane al chapati(tipo piadina), che bomba! Tutto o comunque la maggior parte del cibo è prodotto all’interno del compound: abbiamo l’orto, i polli e le galline, le vacche, le capre e tanti alberi da frutto.

Quando è sera il lago si illumina con le migliaia di luci bianche dei pescatori che competono con il cielo stellato: che spettacolo!

La mattina dopo l’arrivo, alle 9 eravamo già operative in ospedale. Ho iniziato il mio turno in ostetricia e ginecologia, un unico reparto, affiancando la nurse in turno: qui le nurse sono tutto fare, così come i medici ovviamente.
Non è semplicissimo entrare in una realtà ospedaliera completamente nuova, con una lingua diversa e procedure diverse… Ma fino ad ora tutto il personale che ho incontrato è molto disponibile e il confronto è spesso davvero divertente!

Per ora siamo uscite una sola volta a Sori, il villaggio più vicino e probabilmente il più grande, che fa parte della zona che su g-maps è indicata come Karungu. Eravamo e siamo le uniche Mzungu (bianche/europee) in giro da queste parti, quindi anche se io particolarmente non mi sento/ricordo di esser diversa gli occhi, i saluti e i richiami “Mzungu” dei bambini sono tutti rivolti a noi.

Sono contenta di lavorare in ospedale in generale perchè la relazione si crea, non rimane l’essere un mzungu ma diventa un conoscersi giorno per giorno con uno scambio di Kiswahili, di Luo (il dialetto di questa tribù locale), di italiano e di cura e scoperta dell’altro.

Questo dovrebbe essere il periodo delle grandi piogge ma per ora il grande sole è ancora con noi e ci regala quei classici tramonti da re Leone africani tuffandosi nell’acqua tutte le sere con il suo mega alone rosso. (Zanzare poco nulla, oh yesss).

Ogni giorno siamo operative dalle 8,30 alle 17,30 del pomeriggio dal lunedì al venerdì, con una bella pausa pranzo però. Non sono più abituata al dolore alle gambe da quando ho finito il tirocinio con l’università, ma in un certo senso mi fa anche piacere perchè mi sento di nuovo attiva e un po’ più ostetrica.

 

di Rita Blanchard
volontaria di Servizio Civile a Karungu, Kenya

 

 

 

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Commenti chiusi