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La vita a Karungu 3

6 Settembre 2019 @auci@ 0 Comments

articolo di Rita Blanchard, volontaria in Servizio Civile a Karungu (Kenya)
06/09/2019

Buona Pasqua a tutti!

Qui a Karungu ieri sera abbiamo celebrato la veglia tutti insieme con gioiosi canti Luo e anche stamattina ma con annessi anche i balli.

Tornando indietro nel tempo, mi faceva piacere raccontarvi dell’incontro dei bambini del Dala Kiye con quelli di Tabaka. Questa volta però siamo andati in trasferta noi, e con un’oretta e mezza di macchina abbiamo raggiunto il villaggio di Tabaka che è in terra “Kisii”, una tribù differente dai Luo. Qui c’è un altro St. Camillus Hospital, nato prima di quello di Karungu, e da cui Padre Emilio ha preso l’idea dopo averci lavorato come infermiere. Mi sembra di capire che ogni volta in cui bambini o ragazzi di diversi villaggi si ritrovano, lo scambio e l’incontro avviene attraverso balli e magnate (foto 1 Dala Kiye – foto 2 bambini di  Tabaka); al termine dei balli e in attesa del pranzo allora è anche uscita la Riti animatrice e ci siamo scatenati con alcuni bans e giochetti italiani.

Un altro bel momento di quell’incontro che voglio condividere con voi è stata la chiaccherata con alcune bambine di Tabaka a cui ho chiesto quale fossero i loro sogni e dopo le loro risposte mi è stata rivolta la stessa domanda: è stato forte perchè mi hanno fatto render conto che in fin dei conti ci sono già dentro uno dei miei sogni, e prenderne consapevolezza è una meraviglia (foto 3).

Direttamente dall’India è arrivata un’altra ostetrica italiana, Annachiara, qui al St. Camillus di Karungu: è bello perchè, essendo passate un po’ di settimane e avendo anche Anna al mio fianco adesso, ci stiamo facendo forza nell’esprimere quando non siamo d’accordo con qualche procedura ostetrica e siamo anche riuscite a conquistarci un ” I agree” da un dottore.

Il giorno dopo avervi mandato l’ultima mail in cui dicevo che non avevo ancora assistito ad alcun parto in autonomia, ecco che mi ritrovo a “prendere un bambino al volo”. Tutte le mamme gravide, in travaglio e non, vengono messe in una stanza a fianco alla sala parto; era una giornata abbastanza intensa e c’erano più di una donna in travaglio. Eravamo solo io e Letizia in sala parto con mamma Miriam che iniziava a spingere. Ad un certo punto sento un ‘euh’ che proviene dal corridoio: mi sporgo e ritrovo mamma Florence carponi. Non sapevo nulla di lei, era ancora vestita in borghese senza ‘divisa’ da ospedale (a tutte le donne viene fornita una camicia da notte e agli uomini una maglietta e pantaloncino con i loghi dell’ospedale). Quel ‘euh’ e quella posizione parlavano abbastanza chiaro comunque: anche Florence era in periodo espulsivo e sentiva voglia di spingere. Insomma, appena il tempo di visitarla, confermarlo e mettermi i guanti e mi ritrovo il pupo tra le mani. Ero sola: il bimbo era viola, 1 giro del cordone intorno al busto (definito ‘a bandoliera’), non avevo nessun telino per coprirlo e nessuno perché Leti era andata a prendere i due strumenti sterili che servono per un parto. Recupero un telo della donna, asciugo il musetto al neonato, lo stimolo e dopo 10 eterni secondi finalmente ha iniziato a piangere. Poi sono arrivati Letizia e Kevin, il nurse di turno. Hanno portato il bimbo sotto la lampada termica e per tutto il tempo gioivo nel sentirlo piangere.

Quest’ultima settimana è stata dura invece. Ero consapevole dell’alta mortalità materna e soprattutto infantile, ma comunque viverlo è difficile.

La maggior parte delle morti sono dovute alla mancanza di risorse e materiali per neonati a cui non basta un po’ di sostegno con ossigeno ma necessitano cure intensive.

Provo ingiustizia, impotenza e inevitabilmente sofferenza.

L’unica cosa che mi/ci viene quindi da ‘fare’ è esserci: una neonata in particolare pur avendo un cuore forte non è mai riuscita a respirare in autonomia. Allora sono rimasta con lei in braccio, coccolandola e ho provato ad accompagnarla…

E in questo esserci nascono interrogativi e ricerca di risposte di cui forse non ne abbiamo neanche così bisogno, perchè tutto è vita.

Rita
21 Aprile 2019

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