La vita a Karungu 6

articolo di Rita Blanchard, volontaria in Servizio Civile a Karungu (Kenya)
19 Novembre 2019

 

15 Novembre 2019

Ciao!

I mesi volano e qui le stagioni… non cambiano! Voi 2 mesi fa leggevate ‘La vita a Karungu’ in canotta mentre ora è meglio indossare un felpone e rintanarsi sotto una coperta se possibile; io invece continuo a dormire con le finestre aperte, ad indossare pantaloncini e maglietta e a girare ovunque in ciabatte! Sarà difficile tornare alle scarpe chiuse ed i calzini! Molto probabilmente è anche questo che non mi permette davvero di realizzare che l’esperienza 

stia quasi giungendo al termine e vorrei ogni giorno di più frenare il tempo.

Il progetto è partito!

Avrete visto sui social alcune foto delle primedue scuole e la bellezza dei volti dei ragazzi. Le nostre giornate iniziavano normalmente in reparto e intorno alle 10,30 partivamo con l’organizzazione: vai nella canteen e recupera soda e pane; spostati nel nostro spogliatoio e prendi materasso, cuscino, bilancia e materiali per donazione; direzione laboratorio per la borsa con ghiaccio dove trasportare il sangue raccolto. C’è tutto? Mancano le magliette! Sì, perché grazie a tutte le numerose donazioni dall’Italia siamo riuscite anche a far stampare delle magliette con le scritte ‘Give blood / Save life’ e ‘I am a donor’, così da sponsorizzare ancora di più il progetto e condividere i suoi ideali e obiettivi. E dovete sapere una cosa davvero divertente: i kenyoti in particolare ‘per una maglietta potrebbero uccidere’ cit. da un nativo kenyota.

Raggiunte le scuole abbiamo iniziato con la presentazione del progetto e inserito alcune nozioni sul sangue, sul perché i pazienti e quindi l’ospedale lo necessita e sui criteri con cui vengono selezionati i possibili donatori. In seguito, tutti i volontari passavano da me per un primo controllo: età (qui possono donare dai 16 anni), peso, pressione, eventuali malattie croniche o presenti in quel momento, eventuale assunzione di medicine e un veloce check dell’emoglobina. Passata la prima fase, c’era il counseling sull’hiv con un collega della sezione ART dell’ospedale. Da noi quando ci chiedono di essere testati firmiamo il consenso e siamo abbastanza sereni; qui, soprattutto in ‘Luoland’, l’HIV continua a diffondersi a macchia d’olio e quindi anche i giovani sono abbastanza terrorizzati al momento del test. Dopo si passava da Letizia che eseguiva il test e verificava il gruppo sanguigno, ed in seguito veniva effettuata la donazione. Preso un po’ il giro, poi è stato anche divertente invertire i ruoli.

È stato tutto bello ed è andato tutto liscio fino a quando potevamo agire noi: avevamo il sangue, mancavano solo gli ultimi screening gratuiti che sono da fare in un unico ospedale della contea. Abbiamo potuto fare esperienza dello schifo che la corruzione può causare che fino ad ora non ci aveva toccato. Con varie scuse queste sacche non sono state screenate tutte, lo hanno fatto dopo circa 3 settimane (e una sacca scade dopo 28 giorni) e ne hanno prese ‘gratuitamente’ e mooolto probabilmente rivendute. Il vero problema è che bisogna mantenere ‘buoni rapporti’ con quell’ospedale e quel laboratorio perché sono di riferimento per tutta la contea.

Momentaneamente abbiamo deviato lo screening all’ospedale privato St. Camillus di Tabaka che in 24h ci ha dato i risultati, ma ovviamente pagando perché i reagenti costano e non poco! Con il nostro progetto tutto questo è tutt’ora fattibile perché il vostro supporto è stato grande, ma c’è da trovare una soluzione per quando il progetto finirà coni fondi. Vi terrò aggiornati.

Intanto i pazienti stanno aumentando nell’ospedale perché inizia a girare la voce del sangue gratuito. E questo non può che renderci felici. Le vite che con voi stiamo salvando sono già tante, GRAZIE!

A fine Ottobre invece ho festeggiato penso il mio primo compleanno lontano da casa. Davanti alla nostra piccola dimora abbiamo un giardinetto e abbiamo quindi un organizzato una piccola festicciola proponendo la pizza italiana fatta con le nostre manine. Tre loro tradizioni da non dimenticare sono: tagliare la torta insieme, immaginatevi mille mani con la mia sul coltello; imboccare i festeggiati con la torta; essere completamente lavati con sode o qualsiasi cosa (a me fortunamente è andata bene: ‘solo’ acqua fredda!).

***

Piccoli racconti dall’ospedale

Abbiamo ricevuto una mamma in reparto con due gemelli, molto bagnati, nati da poco: la mamma da sola ha partorito i gemellini in una barca sul Lago Vittoria mentre stava raggiungendo l’ospedale!!

Un papà ha portato in ospedale la figliola nata a casa: aveva un viso bellissimo. La piccola non aveva una mano e anche le gambine arrivavano solo fino al ginocchio. Magari sarà dovuta da una malformazione congenita o magari no. Averla incontrata mi ha fatto molto pensare a quali possano davvero essere le conseguenze di una gravidanza trascurata. Spero che nella sua vita sarà circondata d’amore e soprattutto non venga isolata, così da trovare la forza per accettarsi e dimostrare quello che noi a volte pensiamo impossibile.

Mamma arriva in ospedale con dolori da travaglio. Alla palpazione dell’addome tutto sembra regolare. La dilatazione della cervice però sembra arrestata: si decide quindi per un taglio cesareo. Nell’operazione però il medico non arriva ad aprire l’utero (dove la natura ha previsto di far crescere un feto) poichè trova il bambino in addome! È contro ogni logica della medicina, ma è davvero accaduto! Di solito le gravidanze extrauterine non sopravvivono e degenerano in aborti spesso anche rischiosi per la donna, ma in questo caso la mamma non ha avuto alcun problema e il bambino è davvero cresciuto in addome. Il bambino era pretermine, fisicamente un po’ diverso da uno cresciuto in utero, ma comprensibile per la sua unicità. Io purtroppo non ero presente, infatti inizialmente ero un po’ scettica, ma dopo aver tartassato tutti di domande ho davvero avuto la conferma dell’evento straordinario.

Che spettacolo la natura!

Grazie,

Rita

 

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