NEWS

  1. IL BLOG DEI VOLONTARI: Esperienze e testimonianze dai nostri volontari in Servizio Civile in Italia e all’estero
  2. EVENTI: “Cosa bolle in pentola” dentro e fuori AUCI
  3. COMUNICATI STAMPA: Documenti ufficiali da AUCI e dalla nostra federata FOCSIV su eventi, campagne internazionali e iniziative varie
  4. VACANCY


– VACANCY – Progetto formazione sanitaria Siria/Iraq

 

Settore: Sanitario

Profilo: Medici specializzati in Ostetricia, Ginecologia, Neonatologia, Pediatria, Radiologia e Anestesiologia

Paese: Siria (Raqqa e regione del Nord-Est Siria/Kurdistan) e Iraq (Dohuk)

Durata: ogni missione formativa avrà la durata di 21 giorni. Le missioni saranno effettuate nei mesi di Giugno, Settembre e Novembre 2019

Contratto: contratto a progetto per operatore umanitario

Progetto: Darna Fase II – La nostra casa. Rientro in sicurezza per gli sfollati a Raqqa sostenendo i servizi materno-infantili per la città e la sua provincia

Il progetto, co-finanziato dalla Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), prevede il funzionamento dei servizi di salute riproduttiva, materno infantile e pediatrica all’interno dell’Ospedale Nazionale Civile di Raqqa, ed è promosso da Un ponte per (UPP), che riveste il ruolo di osc/ong capofila, in collaborazione con Associazione Universitaria Cooperazione Internazionale (AUCI), con il ruolo di osc/ong partner nel settore sanitario, in particolare per l’organizzazione, gestione e formazione del personale socio-sanitario locale afferente la Kurdish Red Crescent (KRC), controparte locale.

 

Ruolo:

  • Formazione sanitaria training by doing al personale medico/sanitario locale nelle specializzazioni indicate con redazione di report;
  • Interazione e confronto con il personale medico/sanitario AUCI, UPP e KRC;
  • Coordinamento e condivisione con il personale espatriato (coordinatore sanitario e capo progetto) per tutte le attività in implementazione;

 

Requisiti:

  • Laurea in Medicina e Chirurgia, con specializzazione in ginecologia, pediatria, chirurgia, anestesiologia e radiologia/ecografia;
  • Buona conoscenza della lingua inglese, e preferibilmente della lingua araba;
  • Capacità di coordinamento e supervisione;
  • Esperienza formativa, capacità gestione risorse umane e autonomia training on the job;
  • Attitudine a interagire ed accogliere positivamente con realtà etniche e culturali diverse;

 

Note: inviare CV e lettera motivazionale a pasquale.desole@auci.org e a diego.casoni@auci.org indicando “Progetto formazione sanitaria Siria/Iraq – Nome e Cognomeentro il 05/05/2019

 

 

 

– VACANCY – “Progetto Sviluppo Agricolo Mozambico”

 

Settore: Agricolo

Ruolo: Agronomo / junior assistant

Paese: Mafuiane, Distretto di Namaacha, Provincia di Maputo, Mozambico

Progetto: Sviluppo agricolo nella comunità di Mafuiane con promozione sistemi di irrigazione a goccia

Periodo e durata: 12 mesi rinnovabili con partenza Maggio 2019

Ruolo:

  • Supportare il capo-progetto nella gestione delle attività di sviluppo agro-zootecnico;
  • Gestire e organizzare le attività agricole della fattoria;
  • Fornire assistenza tecnica ai contadini locali sulle tecniche agronomiche;
  • Redigere report tecnico su stato di avanzamento attività progetto;

Requisiti:

  • Laurea in Scienze Agrarie, e preferibilmente esperienza nei paesi a basso reddito;
  • Buona conoscenza della lingua inglese, e preferibilmente conoscenza lingua portoghese;
  • Capacità gestione risorse umane locali e autonomia training on the job;
  • Attitudine a interagire positivamente con realtà etniche e culturali diverse;

Note: inviare CV e lettera motivazionale entro il 04/05/2019 all’attenzione di Diego Casoni, diego.casoni@auci.org, indicando “Progetto agricolo Mozambico – Nome e Cognome

 

 

 

Karibu Karungu

Scrivo (di getto) dalla missione del St. Camillus Hospital a Karungu, la mia casa attuale.

Siamo partiti da Roma in 4 per il Kenya con AUCI, il nostro ente di riferimento: 2 destinati ad una “children house” nei dintorni di Meru (a nord di Nairobi) ed io e Letizia, infermiera, qui sul lago Vittoria.
Solo il viaggio è già stata un bella avventura. Da Roma ad Istanbul con un mega aereo internazionale abbiamo fatto le prime 2 orette di viaggio; per le seguenti 7 ore invece, da Istanbul a Nairobi, eravamo su un aereo dimensione ryanair, ma per fortuna a farmi compagnia c’era un signore napoletano diretto a Nairobi per estendere il suo commercio di rose anche al Kenya.
Atterrate a Nairobi intorno alle 4 di notte, io e Letizia siamo riuscite a farci anticipare il volo interno e per le 10,30 eravamo sotto il sole caldo di Kisumu. Con altre due orette e mezza di macchina finalmente poi abbiamo raggiunto la missione.
L’aria fresca dal lago da subito si è fatta sentire.

Ad accoglierci qui ci sono: il fondatore di quest’oasi paradisiaca che è padre Emilio, un camilliano che vive qui da 25 anni; brother Bonadventure all’administration dell’ospedale; father John che gestisce il Dala Kiye, l’orfanotrofio per bambini sieropositivi ed una bella pasta all’italiana preparata dai cuochi kenyoti!
Mangiamo sempre tutti e 5 insieme e devo dire che non mi spiace il bel mix della cucina italo-kenyota. Passiamo dalla pasta all’ugali(tipo polenta), dall’insalata al sukuma wiki(tipo spinaci) e dal pane al chapati(tipo piadina), che bomba! Tutto o comunque la maggior parte del cibo è prodotto all’interno del compound: abbiamo l’orto, i polli e le galline, le vacche, le capre e tanti alberi da frutto.

Quando è sera il lago si illumina con le migliaia di luci bianche dei pescatori che competono con il cielo stellato: che spettacolo!

La mattina dopo l’arrivo, alle 9 eravamo già operative in ospedale. Ho iniziato il mio turno in ostetricia e ginecologia, un unico reparto, affiancando la nurse in turno: qui le nurse sono tutto fare, così come i medici ovviamente.
Non è semplicissimo entrare in una realtà ospedaliera completamente nuova, con una lingua diversa e procedure diverse… Ma fino ad ora tutto il personale che ho incontrato è molto disponibile e il confronto è spesso davvero divertente!

Per ora siamo uscite una sola volta a Sori, il villaggio più vicino e probabilmente il più grande, che fa parte della zona che su g-maps è indicata come Karungu. Eravamo e siamo le uniche Mzungu (bianche/europee) in giro da queste parti, quindi anche se io particolarmente non mi sento/ricordo di esser diversa gli occhi, i saluti e i richiami “Mzungu” dei bambini sono tutti rivolti a noi.

Sono contenta di lavorare in ospedale in generale perchè la relazione si crea, non rimane l’essere un mzungu ma diventa un conoscersi giorno per giorno con uno scambio di Kiswahili, di Luo (il dialetto di questa tribù locale), di italiano e di cura e scoperta dell’altro.

Questo dovrebbe essere il periodo delle grandi piogge ma per ora il grande sole è ancora con noi e ci regala quei classici tramonti da re Leone africani tuffandosi nell’acqua tutte le sere con il suo mega alone rosso. (Zanzare poco nulla, oh yesss).

Ogni giorno siamo operative dalle 8,30 alle 17,30 del pomeriggio dal lunedì al venerdì, con una bella pausa pranzo però. Non sono più abituata al dolore alle gambe da quando ho finito il tirocinio con l’università, ma in un certo senso mi fa anche piacere perchè mi sento di nuovo attiva e un po’ più ostetrica.

 

di Rita Blanchard
volontaria di Servizio Civile a Karungu, Kenya

 

 

 

Prime riflessioni di una infermiera in servizio in Perù

Credo che prima di partire le domande che più di frequente mi ponevo erano:  

  • Mi sarei ambientata?
  • Sarei stata all’altezza?
  • Avrei sentito la nostalgia di casa?
  • Sarei stata in grado di superarla?

Sono in servizio da poco più di un mese e a gran parte di queste domande non ho ancora dato una risposta.

Prima del 20 febbraio, passati ormai diversi mesi dalla domanda di candidatura, dal colloquio, e dai risultati della selezione, l’inizio dell’anno di servizio civile aveva solo le sembianze di una data dopo la quale la mia vita sarebbe, almeno nelle cose più macroscopiche, cambiata. Intanto, non si potevano prendere impegni a lungo termine, si era sottoposti a una “mitragliata” di domande da parte di amici e parenti a cui però non si sapeva rispondere. Non è dalle pagine che descrivono il progetto che si capisce cosa ti aspetterà, e neanche dalle ricerche fatte su Wikipedia o dai racconti dei ragazzi che hanno già fatto questa esperienza. Certamente queste cose contribuiscono, aiutano a cercare di capire, ma sempre di più, credo che ogni progetto lentamente si va a plasmare anche sul contributo che ciascun volontario/a può dare, e soprattutto vuole dare. La nostalgia di casa si sente, ma, per quello che mi riguarda, il tempo passato è troppo poco per riuscire a distinguerla da una semplice assimilazione della novità. Secondo me qui in Sud America, la differenza è più a livello superficiale che profondo: l’architettura è diversa; il cibo è diverso; il modo di vestirsi, di fare la spesa, di divertirsi e le case della maggior parte delle persone sono diverse. Non per questo però necessariamente peggiori, o meno avanzati. Anche i ritmi sono diversi. Le giornate delle persone ruotano attorno al lavoro, e proprio per questo, non c’è bisogno di correre. Prima di partire, informandomi su Huancayo, avevo pensato che fosse un posto dove non avrei capito in un solo anno dove stesse il bisogno. Invece non è stato così, e mi sento un po’ impotente, perché di necessità ce ne sono, e vorrei essere un contributo percepibile per le giovanissime colleghe con cui lavoro, che davvero, anche se per lo più formatesi da sole o per strade alternative, sono piene di entusiasmo, forza e voglia di migliorarsi e migliorare la comunità in cui vivono. Mentre io ancora sto cercando di uniformarmi a ciò che sanno, e non sono certa che quello che posso portare io sia l’apporto che stanno cercando. Il mio campo è salute, e tutto, in questo nuovo continente è molto diverso. Sono diverse le malattie, sono diverse le disponibilità dei farmaci e dei soldi. Certo potrei dire, che cosa, per una determinata malattia, somministravano i medici in reparto a Bologna; ma qui, probabilmente, quella cura non c’è ….. e se fosse da comprare? ….. sarebbe una spesa sopportabile? ….. e soprattutto, la gente la accetterebbe?

Quindi, per ora mi limito a vedere quello che c’è, e a capirlo. Cerco di studiare le piante, le pratiche come la riflessologia, e talvolta mi “alleno” anche a credere che funzionino. La cosa particolare che ho notato è la comunità, cioè lo spirito di comunità: qui la gente lavora e nel tempo libero vuole continuare a lavorare per migliorare la propria comunità. Credo sia un interessante spunto di riflessione perchè, quando, in paesi come l’Italia, lo Stato garantisce di più, l’uomo è più egoista, dove invece lo Stato garantisce di meno, l’uomo è più solidale. Non è facile abituarsi a questo concetto. Non è facile perché questo significa mettersi da parte, significa ribaltare le proprie priorità e lavorare per un fine comune. Anche le persone, o forse la società stessa, sono molto diverse. Lavoro in un ambulatorio dove l’unico medico è un dentista che visita due volte alla settimana. Quando arriva un paziente, questo cerca una risposta che non ha ritenuto adeguata in ospedale, e si fida, ed effettivamente, da quello che posso vedere, spesso funziona. I bisogni infatti sono per lo più basilari: insegnare cosa e come mangiare, evidenziare l’importanza dell’igiene, aprire gli occhi alle persone su ciò che dovrebbero pretendere. Questi, infatti, sono i pilastri principali su cui si basa il lavoro che portiamo avanti nelle periferie con i cosiddetti “viejitos”, cioè trascurati e abbandonati dalle famiglie, dallo Stato o da loro stessi. Le persone qui a Huancayo, non sono aperte, ma accoglienti. Le frasi, infatti, con cui si sono presentate la maggior parte delle persone sono state: “Ricordate che per qualsiasi cosa abbiate bisogno, quest’anno siamo la vostra famiglia, non vergognatevi e non abbiate paura”. Quello che per me sta costituendo un ostacolo fastidioso è la lingua. Lo spagnolo, in particolar modo quello peruviano, è estremamente comprensibile. Ciò che non è altrettanto immediato, è parlarlo o scriverlo. Quando mi capita di lavorare in accettazione, la mia strategia è diventata quella di far compilare tutte le cartelle cliniche ai pazienti stessi. Mentre nelle conversazioni sono più predisposta all’utilizzo di uno spagnolo che si basa su troncamenti di parole italiane, piuttosto che aggiungere la tanto saggia “-s” finale. A giudicare da come mi guarda la gente la maggior parte delle volte, non è una grande strategia. Quello che però sento di aver capito fino ad ora è che, grazie a questa esperienza privilegiata posso conoscere la vita in un altro paese diverso dal mio. Si va via da casa, dalla propria “zona sicura”, per essere inseriti in una situazione piccola, concreta: una di quelle situazioni che si fa di tutto per trovare quando si viaggia per avere l’occasione di conoscere davvero un paese. Si entra in questa realtà come se ci fosse un posto che ci aspetta, e non necessariamente come uno straniero, o meglio, sì da straniero, ma ben accolto dalla comunità.

 

di Cloe Gelsi
volontaria di Servizio Civile a Ocopilla di Huancayo, Perù