Itaca

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca, devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure ed esperienze.”
Era proprio questo il mio augurio quando sono partita: la fertilità di un’esperienza che non si ferma all’apparenza, ma sottolinea il perché delle cose, cercando, e l’essenza più profonda. Saggiamente si dice: “Entrare nel mare è facile, il difficile è uscirne”, ed è un po’ quello che capita quando si deve rientrare da un viaggio così forte e totalizzante. Da sempre c’è chi ha il terrore di tornare, e anche io non sono mai riuscita a capire quelli che mentre sono in viaggio progettano già il ritorno: mi sembra quasi che non godano appieno dell’esperienza che stanno vivendo. Ma d’altronde, anche in letteratura, non si parla d’altro che di viaggi, e di ritorni.

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Basti pensare a Ulisse: l’Odissea è il libro del ritorno, ma allo stesso tempo nelle pagine dedicate a Itaca è costantemente sottolineato come il ritorno ci cambia. Perché l’esperienza accumulata in questi viaggi è così totalizzante che stentiamo a ricordarci chi eravamo prima di partire, dove eravamo, dove stavamo andando.
La mia esperienza, si può riassumere in: “Quando vedi un limite, è il momento di superarlo”.
Mi sono sentita limitata in tante situazioni, spesso non all’altezza, altre volte come se non le capissi totalmente. Ho avuto timore di sbagliare, di non essere abbastanza, quando magari mi veniva richiesto di essere più forte. Di essere arrivata al mio limite. E invece poi non facevo che rendermi conto di come i limiti fossero solo i miei. Che esistessero solo nella mia testa, perché basta mettersi in gioco, completamente, basta dire: posso, basta rischiare, e ciò che viene dopo è la perfezione di un’esperienza che è diventata molto più importante di quanto avessi immaginato prima di partire. Mi aspettavo di vivere delle belle situazioni, e mi sono ritrovata a crescere tanto, tanto da non riconoscermi alcune volte, tanto da pensare che ritornare in Italia poteva diventare una regressione.

Shine 100%

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Mi sono interfacciata e relazionata con tutti, e alla fine credo di essere riuscita a lasciare qualcosa, un messaggio, un sorriso, una parola di conforto, quell’Asante (Grazie in lingua swahili, ndr.) che serviva in quella circostanza.
Mi sono occupata di cose che non avrei mai sperimentato rimanendo in Italia, mi sono messa all’ascolto dei bisogni degli altri, per capire, alla fine, che erano anche i miei bisogni, e così facendo ho dato il via a un effetto domino che mi ha totalmente investita.

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“Molla gli ormeggi, siamo liberi”. In marina essere liberi significa non avere blocchi, non avere più ostacoli che bloccano la nave, niente che trattiene la barca a un punto fermo. E io mi sono sentita libera, non più ancorata a false certezze che a volte diventano solo una scusa per non andare avanti, per non crescere.

Una delle ultime cose che mi ha detto padre Emilio, prima di partire, mentre stavo guardando il Nilo, è stata: “Ti stai riempiendo gli occhi”. Non solo gli occhi, ma anche il cuore, per affrontare al meglio il ritorno.

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In fin dei conti, anche il viaggio di ritorno ha una meta: capire che le avventure hanno mille orizzonti, non tutti tropicali e che il meglio non è altrove, il meglio è uno stato d’animo. È un coraggio consapevole di ciò che si può vivere anche qui, plasmando il futuro con le mie mani. E questa cosa si può sperimentare solo tornando.
“Itaca t’ha donato il bel viaggio, senza di lei non ti mettevi in via. Nulla ha più da darti. E se la ritroverai povera, Itaca non t’ha illuso. Reduce, così saggio, così esperto, avrai capito cosa vuol dire un’Itaca.”
Forse è proprio in questi ultimi versi il senso del viaggio e azzarderei anche della vita. La vera ricchezza del viaggio, cosa bisogna aspettarsi dalla nostra Itaca, quanto dobbiamo esserle riconoscenti, perché Itaca è più lo stimolo che la destinazione finale. Perché il paradiso può essere Karungu, Mayungu, come Roma o Castagna.

Perché a volte il vero viaggio, è nel ritorno.

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Benedetta Piccoli, volontaria AUCI, al termine del suo servizio in Kenya. Asante sana e in bocca al lupo Benedetta! 

Hai trovato quello che stavi cercando?

Tutte le strade sono uguali, non portano da nessuna parte. Sono strade che passano attraverso boschi, villaggi, case, persone. Ognuno di noi ha percorso moltissime strade nella propria vita, per non andare alla fine, da nessuna parte. Ma quando ci si trova davanti a un bivio, probabilmente la domanda che è lecito porsi prima di imboccare una delle due strade è: “Questa strada ha un cuore?” Questa strada che andrò a percorrere mi sarà lieta e potrà rendermi forte? O non farà altro che indebolirmi?

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Spesso dimentichiamo di porci questa domanda prima di imboccare un sentiero o mentiamo a noi stessi sulla risposta, dandoci soluzioni che ci sembrano giuste al momento, ma che ci distruggeranno successivamente.
Dicono che quando la strada ha un cuore lo senti e basta. Non ti turba l’idea di intraprenderla.
Quando sono partita, nemmeno io mi ero posta questa domanda, mi sembrava superfluo, perché in cuor mio conoscevo già la risposta. Ma forse chiedermelo mi avrebbe permesso di mettere sulla bilancia tutte le mie aspettative, tutti i miei dubbi e le mie certezze. Ero consapevole, che qualsiasi cosa sarebbe successa qui, sarei tornata con qualcosa di diverso.
Non voglio parlare della relatività del tempo e di come mi sembra di essere qui già e allo stesso tempo ancora da 9 mesi. Ma mi rendo conto, con il passare dei giorni, che si avvicina la fine e che non posso fare nulla per allontanare quel momento. Allora inizio a fare un po’ di bilanci, per capire cosa è successo nella mia vita nell’ultimo periodo, se il mio cuore c’era.

Mi guardo intorno, mi fermo a respirare il silenzio che mi circonda, e per la prima volta qui sento di aver costruito qualcosa. Sento di aver edificato una parte di me, che è evoluta, spero in modo irreversibile, nel confronto, nel dialogo con chi all’apparenza era così diverso da me. Per l’autostima che a tratti nell’ultimo periodo mi sembrava di aver perso completamente. Per i nuovi colori, che Dio solo sa quante sfumature può avere il cielo al tramonto. Per i sogni, perché desideravo essere qui, e ora desidero vedere altre realtà, e sono tutti cerchi concentrici, come quando butti un sassolino a mare e ogni cerchio accoglie l’altro man mano che diventa più grande. Per l’accoglienza travolgente che ci assale nelle scuole quando andiamo per fare qualche ora di formazione su problematiche di cui, a volte, non sono neppure totalmente consapevoli.

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Perché quando le persone ti si avvicinano e ti donano la loro luce è difficile non rimanerne abbagliati, quando arrivi alla sera e ripensi a ciò che hai fatto durante la giornata e ti rendi conto di quanto tu sia stanca, ma di non aver perso il tuo sorriso, quando ridimensioni la portata dei tuoi problemi e capisci che stai sbagliando in qualcosa e fai un passo indietro, perchè al di là del tuo orgoglio, c’è dell’altro, ecco, forse è in quel momento che sai per certo che nella strada che hai intrapreso c’è un cuore.

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Qualcuno giorni fa mi ha chiesto: hai trovato quello che stavi cercando? Sinceramente non lo so. Non so se ciò che ho trovato sia quello che mi aspettavo. Leggevo da qualche parte che il vero motivo per cui i dinosauri si sono estinti è perché nessuno li accarezzava. Ad oggi bisogna sperare che l’uomo non faccia lo stesso stupido errore con i suoi simili, e qui ho imparato che ci si prova ogni giorno a non fare questo errore e soprattutto che vale la pena provarci, con tutto te stesso. Ma al di là degli insegnamenti che ho avuto stando qui, credo che la cosa più importante che ho trovato, e che probabilmente non sapevo nemmeno esistesse è: “l’incontenibile leggerezza dell’anima”.

Benedetta Piccoli, Volontaria Auci in Kenya

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L’educazione è il pane dell’anima [G. Mazzini]

 

Sono passati sei mesi da quando sono arrivata a Karungu per la prima volta. Sei mesi in cui ho vissuto sulla mie pelle le esperienze più belle ed emozionanti che la vita mi potesse dare.

Lavoro all’interno degli uffici del Dala Kiye, una casa di accoglienza per bambini orfani affetti da HIV\AIDS che fa parte della St. Camillus Mission.

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Il Dala Kiye è davvero un luogo accogliente dove 60 bambini hanno trovato la forza di lottare contro l’HIV e di continuare a vivere; è un luogo dove i bambini si sentono al sicuro, dove giocano senza pensare ai mali del mondo, dove sono coccolati e viziati dai vari volontari che vanno e vengono dalla missione.

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Questa struttura ospita 20 femminucce e 40 maschietti che vivono all’interno di sei cassette a loro dedicate: Twiga (giraffa), Tembo (elefante) per le femminucce e Kiboko (ippopotamo), Tai (aquila), Cheetah (ghepardo), Simba (leone) per i maschietti. Tutti questi bimbi sono orfani e vivono in un contesto dove la famiglia ha dei valori ancora forti, dove ci si aiuta a vicenda, anche se non si ha uno stipendio, dove una nonna mantiene 8 nipotini adottivi barcollando sulle sue gambe mentre zappa il terreno per piantare delle carote o delle zucche, come fanno nonna Prisila e nonna Mary.

In Africa la poligamia che consente all’uomo di avere più di una moglie a seconda della tribú di appartenenza e alla propria condizione economica fa parte della cultura locale. In questa regione del Kenya, la Nyanza, c’è un elevata presenza di  l’HIV\AIDS e la sieropositività della coppia viene con faciltà trasmessa ai bambini e all’altra moglie o viceversa. Inoltre, a Karungu l’attività di sussistenza è la pesca; i pescatori vengono da villaggi dall’interno e si trasferiscono per alcuni mesi a Sori (villaggio di Karungu) con lo scopo di guadagnare qualche soldo. I più fortunati hanno una propria barca, ma la maggior parte di loro affitta l’imbarcazione e insieme a questa, alle reti e alle lampade di paraffina vanno a pescare. Gli uomini pescano tutta la notte e al ritorno sulla terraferma ci sono le donne che aspettano di comprare il pesce per poi rivenderlo. Tra le donne di Sori e i pescatori c’è un’altra attività che va per la maggiore, è il Jaboya – sex for fish: ovvero le donne-madri si prostituiscono ai pescatori per avere in cambio del pesce con cui sfamare i bambini e la propria famiglia o per venderlo al mecato. A volte succede che le donne si prostituiscano oltre che con i pescatori, con l’autista dell’autobus per portare il pesce al mercato e con un altro uomo per avere un po’ di spazio al mercato per vendere la propria mercanzia. È così che si trasmette l’HIV\AIDS soprattutto perché non c’è uso comune di protezione sessuale.

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A Karungu ci sono un totale di 20 scuole private e 36 pubbliche. Tra le varie attività che gli assistenti sociali svolgono ci sono le lezioni nelle scuole primarie riguardanti la prevenzione HIV\AIDS, l’educazione sessuale, sanitaria e alimentare. Sia io che Annalisa insegniamo nelle scuole primarie insieme ai nostri colleghi, anche se a volte non è semplice a causa della lingua perché non tutti parlano bene e capiscono l’inglese. La scuola in Kenya è suddivisa in primaria e secondaria. La scuola primaria è composta di 8 classi più l’asilo, mentre la scuola secondaria ha solamente 4 classi.

In questi mesi di servizio civile ho avuto modo di collaborare al progetto della campagna fotografica insieme al team degli assistenti sociali del Dala Kiye per il progetto di Adozione a Distanza. La campagna consiste nella raccolta di foto dei bambini delle 18 scuole di Gwassi e Karungu che sono già sponsorizzati per i quali si avranno delle foto aggiornate e raccolta dati dei nuovi bambini al di sotto degli 8 anni di età in attesa di adozione.  Grazie alla campagna fotografica ho visitato la maggior parte delle 18 scuole e ho collaborato alla raccolta dei dati dei nuovi bambini. In alcune ho proprio lasciato il mio cuore perché ci sono tanti bambini che hanno davvero bisogno di aiuto come i piccolini dell’asilo.

4 - omena essicato

In particolare vorrei riportare la storia di Edwin, un bimbo di 4 anni che ho conosciuto in una delle scuole dove lavoro e che attraverso il suo vissuto ho potuto approfondire e toccare con mano la realtà in cui vivono i bambini del Progetto Dala Kiye – We World. L’ho incontrato a gennaio quando visitai la sua scuola durante la campagna fotografica. Edwin non ha la mamma e vive con la nonna e il padre che di mestiere fa il pescatore. Un giorno il padre torna a casa con un pesce grande che si chiama in kiswahili “tilapia”, e i pesciolini piccoli che si chiamano”omena”; il padre prepara per se stesso la “tilapia” e l’”omena” per il resto della famiglia. Questa è la cena di ogni sera di Edwin: Omena, Sukuma Wiki (che è una verdura amara verde come gli spinaci) e Ugali (una particolare polenta preparata con farina di mais bianco). Lo sapete anche voi che dopo un po’ la cena stanca se è sempre la stessa, quindi immaginate Edwin! A un certo punto Edwin chiede al padre se può prendere un pochino del suo pesce e lui per risposta gli da degli schiaffi che risuonano in tutta la stanza. Edwin piange e si mangia i suoi pesciolini in silenzio senza replicare prima che gli venga tolto anche quel poco che ha da mangiare. Questo avvenimento mi è stato raccontato dalla maestra di Edwin e ricordo ancora la ferita che il bambino aveva sulla guancia… i suoi occhioni dolci e la sua risata.  Qualche giorno fa l’ho incontrato e vedere che lui non mi aveva dimenticato mi ha reso davvero felice: è corso verso di me e si è buttato tra le mie braccia! Che emozione poter vedere il suo sorriso birichino e sentire la sua vocina che mi chiamava “muzungo” e poi passeggiare insieme e parlare nei “cento linguaggi” dei bambini.

5 - Edwin e Valentina

Con i bambini capirsi è semplice. Quando ti prendono per mano, hanno già scelto di fidarsi di te. [Cit.]

Valentina Pitton

 

Aiuti umanitari in aree di crisi

“Ma siamo davvero sicuri che tutta questa gente abbia bisogno?”

È una domanda che mi pongo spesso da quando sono qua.
Ho imparato a conoscere gli usi locali e ad accettare i costumi e il modo di vedere le relazioni, la vita, la morte. Ho imparato ad andare oltre l’apparenza. Eppure questa domanda è difficile da sradicare.
Faccio parte di un progetto che prende il nome di “Aiuti umanitari in aree di crisi”. Ecco perché, forse, mi aspettavo una realtà diversa, forse a tratti anche più disagiata di quella in cui mi trovo.

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E allora cosa vuol dire aree di crisi? Crisi di che cosa? Crisi in relazione allo stato economico, sociale, sanitario? Certo sto in un continente diverso, in un contesto diverso rispetto alla mia “zona sicura”, perciò tutto deve essere visto in relazione a questo. La “crisi” che c’è qua è completamente diversa da quella a cui sono stata abituata. Perchè qua non è nemmeno percepita, loro non sanno nemmeno di essere in crisi, se glielo chiedi! Forse allora non saremmo noi occidentali a enfatizzare il significato di questa parola e a trovarle delle sfaccettature che nemmeno le competono?

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Oggi stavo in sala operatoria. C’era un chirurgo dall’Italia, uno di quelli che passano per di qua. Non ha voluto operare. E’ stato in disparte, ha guardato ciò che succedeva, ha dato la sua opinione, e ha lasciato fare. Io assistevo. Già dopo il primo taglio con il bisturi (dall’ecografia si vedeva una massa addominale, non meglio identificata) quello che ci siamo trovati davanti è stato assurdo. Era un tumore enorme, che non si capiva nemmeno da dove avesse origine. Sono partite le supposizioni. Il chirurgo locale chiedeva l’opinione di quello venuto dall’Italia che, con un garbo inaudito, rispondeva per quel che poteva, e incitava dall’esterno a proseguire, focalizzandosi sul fatto che pian piano le cose si sarebbero fatte più chiare.
Alla fine l’operazione è andata bene, è stato asportato un tumore ovarico di circa 4 chili da un chirurgo di 30 anni che ha eseguito la procedura in modo impeccabile. Dal canto mio ero ben felice di aver assistito attivamente, perché non credo che in Italia toccherò mai con mano qualcosa del genere, ma allo stesso tempo mi sono resa conto che tutto ciò che avevo visto e toccato era per me. Non per gli altri.
Tutti mi fanno i complimenti quando sanno del mio Servizio Civile all’estero, ma sento di non meritarli. Perchè la loro “crisi” non è così reale, non come la intendiamo noi, la intendevo io. Credo che loro non abbiano bisogno di noi, siamo più noi ad aver bisogno di loro, perchè diamo troppo peso alle parole, e ci focalizziamo solo su quelle.

“Aiuti umanitari in aree di crisi”. Ma non è questo! Scrolliamoci di dosso questa presunzione di voler globalizzare il significato delle parole. Oggi ho visto un medico in crisi in una situazione difficile, che voleva arrendersi, ma non lo ha fatto! E questa sua crisi gli è servita solo a crescere professionalmente e credo anche umanamente. Come quella stessa crisi è servita anche a me a crescere, ma di certo l’abbiamo vissuta in modo diverso.
In quella sala operatoria ognuno riconosceva la crisi dell’altro, che ne rispecchiava l’autenticità. Ed è questa la cosa bella. Perché per essere autentici bisogna assomigliare il più possibile all’idea che si ha di se stessi. Ed è quello che succede quotidianamente adesso. Vivo con la consapevolezza della diversità, non solo delle parole, ma soprattutto dell’essere.

Benedetta Piccoli, volontaria SCN AUCI in Kenya

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Proseguono le attività di Servizio Civile Estero

VolontarieAuciSCNProseguono le attività legate ai progetti di Servizio Civile all’estero portate avanti dalle nostre volontarie.

In Mozambico: Veronica Mazzati (educatrice) e Gloria Ripaldi (agronoma).

In Perù: Cecilia Copelli (psicologa) e Silvia Ceci (infermiera).

In Kenya: Maria Livia Salvatori (medico), Laura Malfatti (infermiera), Benedetta Piccoli (studentessa di medicina), Annalisa Cinà (educatrice) e Valentina Pitton (educatrice).

Per le attività legate al progetto di Servizio Volontario Estero in Spagna: Martina Ambrosetti (studentessa di scienze politiche).

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