Servizio Volontario Europeo: un “giovanotto” di 20 anni

È un giovanotto di 20 anni, spigliato e pieno di creatività. Si destreggia abilmente tra gli interessi più vari, dalla tutela della natura e del patrimonio artistico e culturale di un territorio a quella dei diritti umani, fino a toccare la promozione dell’istruzione e dell’integrazione sociale di persone con difficoltà economiche o disabilità.

Lanciato nel 1996, il Servizio Volontario Europeo partì inizialmente come un progetto temporaneo, ma ad oggi conta nella sua storia più di 100 mila viaggi: 100 mila volontari in tutta l’Unione Europea, partiti alla volta di un Paese a loro spesso sconosciuto per iniziare un periodo di servizio, con una durata che va (salvo casi particolari) dai due ai dodici mesi.

I ragazzi che si lasciano coinvolgere nello SVE non sono dei supereroi; sono ragazzi comuni, la maggior parte di loro è già laureata, altri ancora no. Li puoi trovare nei luoghi più disparati: una scuola materna, una cucina, un ufficio, un’area naturale protetta. Molti di loro, addirittura, sono coinvolti in progetti che nulla hanno a che fare con le discipline affrontate al liceo o all’università, chiamati quindi a spingersi più in là delle proprie conoscenze per imparare qualcosa di completamente nuovo.

Non per tutti, perciò, è facile per i primi periodi instaurare un “rapporto” pacifico e costruttivo con il luogo in cui si presta il servizio e con le persone che ci lavorano; spesso e volentieri la convivenza con differenti punti di vista e nuove culture può rendere difficile il mantenere una motivazione e uno spirito positivo durante il periodo di volontariato.

È dunque proprio per questo che, oltre che una formazione all’arrivo in cui vengono presentati i primi rudimenti per la “sopravvivenza” in una situazione che, se non affrontata nel modo giusto, può sembrare ostile, ai volontari viene offerto un momento di valutazione intermedia, utile per confrontarsi con un gruppo più grande di giovani che si dedicano a progetti presenti in tutta la Spagna. L’ultima valutazione intermedia dell’anno, la settima del 2016, si é tenuta a Mollina, un comune della provincia di Málaga, e ha visto protagonisti quarantanove volontari provenienti da ventitré Paesi differenti (con un’alta percentuale di italiani). Questi giorni di formazione sono serviti a confrontarci tra di noi e, con l’aiuto del preparatissimo team di formatori, a riflettere sulle “strategie” che nel corso dei mesi già trascorsi abbiamo adottato nel nostro servizio all’organizzazione che ci accoglie.

Lo staff ha utilizzato la combinazione che già si era rivelata vincente nella prima formazione, e cioè un metodo che unisse momenti di gioco, grazie ai quali ci è stata data la possibilità di parlare dei nostri interessi più inusuali e trovare persone che condividessero le nostre stesse passioni, e sessioni di formazione. Queste ultime sono state molto intense e ci hanno fornito tantissimo materiale su cui riflettere e confrontarci, scoprendo spesso che i problemi che abbiamo attraversato in quanto volontari sono in realtà difficoltà molto comuni.

Ogni sessione era strutturata quasi allo stesso modo: cinque minuti per metterci a nostro agio, con musica e piccole attività di svago per dissipare gli ultimi residui di sonno e dopo ciò iniziava la formazione vera e propria, volta anche a dare delucidazioni su alcuni concetti da tenere particolarmente a mente, innanzitutto quelli del dare e del ricevere; nel servizio volontario è importante infatti collocare sui piatti di un’ipotetica bilancia ciò che noi offriamo con la nostra presenza e il nostro lavoro alle persone con cui condividiamo le nostre giornate e ciò che invece ricaviamo dalle nostre esperienze, ovviamente non parlando della retribuzione in denaro, quanto di ciò che ci arricchisce come insegnamento di vita, una nuova consapevolezza o anche il conseguimento di nuove capacità e conoscenze (una nuova lingua, il badare ad un anziano, l’utilizzo di programmi informatici, tanto per citarne alcune). Un altra mattinata è stata dedicata all’approfondimento di un argomento delicato quale lo Youthpass, il certificato che riconosce ufficialmente il tuo volontariato nell’organizzazione che ti accoglie, e il tuo apprendimento non formale, cioè quell’apprendimento che non è solo frutto di lezioni programmate ma piuttosto qualcosa che nasce poco a poco attraverso le esperienze vissute nel periodo di soggiorno all’estero. Eravamo già a conoscenza dell’esistenza dello Youthpass dalla prima formazione, ma ancora molti di noi avevano dei dubbi sull’effettiva validità di questo documento in Europa e la sua utilità ai fini della ricerca di un posto di lavoro; i formatori ci hanno fatto notare che il compilare lo Youthpass sarà indipendentemente da ciò utile alla nostra crescita personale, perchè ci aiuta a tenere nota dei nostri cambiamenti e degli eventi più significativi all’interno del nostro SVE.

Infine, altra sessione interessante è stata quella dedicata ai metodi da noi utilizzati per affrontare le difficoltà a cui siamo spesso sottoposti durante il nostro Servizio; gli atteggiamenti adottati in questi momenti sono stati abilmente paragonati ad una cassetta degli attrezzi, che sta a simboleggiare il fatto che possiamo avere infiniti strumenti a nostra disposizione (in questo caso la pazienza, il dialogo, la riflessione…), ma se vogliamo superare le difficoltà nel miglior modo possibile è il caso di imparare quando è il momento di fare uso di uno piuttosto che di un altro, o si rischia di peggiorare la situazione.

Una serata è stata invece dedicata ad un’attività di visibilità nella vicina Antequera, località dalle origini romane. Divisi in gruppi più o meno numerosi ci siamo mossi per la città, con indosso le coloratissime sacche che pubblicizzavano i 20 anni dello SVE, chiedendo ai passanti di augurare davanti alle nostre fotocamere “Buon compleanno” e coinvolgendoli in variopinte fotografie nei luoghi più caratteristici della città.

Il gruppo degli italiani che ha partecipato alla formazione

È stato interessante notare come l’Agencia Nacional Española abbia preso a cuore il nostro servizio volontario concedendoci l’opportunità di avere dei giorni a noi completamente dedicati, perchè il nostro soggiorno qui in Spagna non rimanga in futuro solo un bel ricordo, un’avventura occasionale, una vacanza un po’ più lunga rispetto alle altre, ma un servizio del quale, a distanza di mesi, potremo ancora cogliere i frutti.

Agnese Resta Corrado, volontaria SVE-AUCI in Spagna

“Ti senti cittadino europeo?”

6a0c00c7-392d-4078-8c6f-a413c59a64b5Splende il sole su Alsasua (Altsasu in basco), una ridente cittadina di settemila abitanti nella comunità autonoma di Navarra, al Nord della Spagna.

La nostra attenzione si concentrerà in particolare su una zona del paese, nelle vicinanze dell’”Albergue Juvenil Santo Cristo de Otadia”, circondato dal verde e da spazi all’aperto.

In questo edificio sta accadendo qualcosa di particolare: nella sala più grande un gruppo di giovani siede in cerchio, chi su una sedia, chi per terra. È stata una delle prime raccomandazioni delle loro formatrici, Ruth e María: quella di agire in modo da essere sempre a proprio agio, sempre, però, rispettando anche le esigenze altrui.

Insegne in basco per le strade di Alsasua.

Insegne in basco per le strade di Alsasua.

Raccomandazione apparentemente scontata, ma fondamentale più che mai in questo contesto. I 27 giovani che siedono in cerchio hanno tra i 17 e i 30 anni; non sono del posto, provengono da 16 nazioni differenti: Italia, Germania, Francia, Portogallo, Regno Unito, Georgia, Slovacchia, Polonia, Ungheria, Serbia, Danimarca, Olanda, Grecia, Turchia, Ucraina e Indonesia. Cosa accomuna questi giovani dalle differenti origini è presto detto: tutti quanti hanno lasciato il proprio Paese per dedicare le proprie energie e il proprio tempo al Servizio Volontario Europeo, e in particolare in progetti sparsi in tutta la Spagna,dall’Andalusia, a Madrid, alle Isole Canarie; progetti che hanno portato i ragazzi a coinvolgersi in prima persona in attività rivolte ai disoccupati, alla tutela dell’ambiente, ai bambini, agli anziani.

Sono 16 diverse culture, 16 diverse lingue, 16 diversi modi di fare raccolti intorno alla stessa lavagna, sulla quale Ruth e María hanno disegnato una matrioska russa,con all’interno altre due bambole identiche alla prima.

La figura ha un valore simbolico: rappresenta le domande che noi ci poniamo quando ci viene presentata una situazione da analizzare. La bambola esterna e più grande è il “QUÉ”, la prima domanda, che ci permette di capire con COSA abbiamo a che fare; la seconda il “CÓMO”; la terza il “PORQUÉ”. Ecco cosa fanno questi ragazzi in cerchio, in una soleggiata mattina di fine luglio: si pongono domande e si consultano tra di loro, per darsi delle risposte. Si parla di SVE, ma COS’È lo SVE? Chi coinvolge? Quali sono i diritti e i doveri di un volontario? COME posso agire io per dare il meglio di me? Qual è il contributo personale che io posso lasciare in questo progetto? Che ruolo possono avere nel mio volontariato le mie abilità manuali e cognitive? E infine… PERCHÉ sono in Spagna? Chi me l’ha fatta fare ad abbandonare la mia comfort zone per avventurarmi verso qualcosa di sconosciuto? Qualcuno ha tentato di farmi cambiare idea?

Lavori di gruppo: alle prese con diritti e doveri del Volontario

Lavori di gruppo: alle prese con diritti e doveri del Volontario

Nel corso dei quattro giorni di formazione i giovani si sono quindi cimentati in questa sorta di “indagine”, che ha permesso loro non solo di scavare nelle proprie motivazioni e conoscersi più a fondo, ma anche di approfondire la propria conoscenza del posto e della gente che vi vive, attraverso inchieste e giochi in cui, a gruppetti, i ragazzi abbandonavano le quattro mura dell’albergo per instaurare un contatto diretto con i cittadini della zona. Questi ultimi sono stati coinvolti sia in attività serie come un sondaggio  (“Ti senti cittadino europeo?”) che in giochi che testavano le capacità dei ragazzi stessi di comunicare in lingua spagnola, di creare una lista della spesa per un mese con un budget prestabilito da seguire o, addirittura, la capacità di proporre degli scambi alla gente del posto, uscendo dall’albergo con una penna blu con l’obiettivo di ritornare con nientedimeno che… Una Mercedes. Sfide che hanno legato ancora di più il gruppo, insieme ad altre esperienze come la gita a Pamplona, in cui è stato inoltre possibile conoscere un’altra realtà di volontariato, quella della mensa Paris 365, le lezioni di lingua spagnola, e infine, la penultima sera, la Noche intercultural, serata in cui i confini tra le varie nazioni si sono dissolti, per dare vita a due ore di balli tipici (primo tra tutti il Can Can francese!), bevande e cibi, musica, sketch e tradizioni.

Come spiegavano le volontarie portoghesi, nella loro lingua c’è un’espressione ben precisa ad indicare quel misto di nostalgia, tristezza per qualcosa che è finito e entusiasmo per ciò che di bello abbiamo vissuto: questa parola è “SAUDADE”, intraducibile in qualsiasi altra lingua. Ma se questi quattro giorni ci hanno lasciato quella lacrimuccia nostalgica per quella costante atmosfera di allegria, ora ci si sente anche meno soli: lontani da casa, in un Paese dalla lingua diversa dalla nostra lingua madre, ma consapevoli della rete che ora si è creata all’interno di questo Paese che ci accoglie. Una rete che mi unisce a Sarah, Susann, Linda, Pierpaolo, Giacomo, Félix, Inês, Andreia, Helena, Evelina, Gvantsa, Ketevani, Lucia, Beata, Adam, Adam L., Csilla, Bela, Milena, Danni, Kelly, Chrysanti, Melissa, Ilona, Mert e Karim. E questo è solo l’inizio!

Agnese Resta Corrado, volontaria AUCI

Foto di gruppo a Pamplona

Foto di gruppo a Pamplona

ULTIM’ORA: Auci cerca proprio te!

Scn 8 luglio copiaProrogata all’8 luglio alle ore 14,00 la scadenza per partecipare al Bando di Servizio Civile in Italia e all’estero con Auci. Aspettiamo solo te! 

Scopri qui le schede inerenti ad ogni progetto:

Scopri qui come puoi candidarti:

L’educazione è il pane dell’anima [G. Mazzini]

 

Sono passati sei mesi da quando sono arrivata a Karungu per la prima volta. Sei mesi in cui ho vissuto sulla mie pelle le esperienze più belle ed emozionanti che la vita mi potesse dare.

Lavoro all’interno degli uffici del Dala Kiye, una casa di accoglienza per bambini orfani affetti da HIV\AIDS che fa parte della St. Camillus Mission.

1 - dala kiye

Il Dala Kiye è davvero un luogo accogliente dove 60 bambini hanno trovato la forza di lottare contro l’HIV e di continuare a vivere; è un luogo dove i bambini si sentono al sicuro, dove giocano senza pensare ai mali del mondo, dove sono coccolati e viziati dai vari volontari che vanno e vengono dalla missione.

2 - bambini del dala kiye

Questa struttura ospita 20 femminucce e 40 maschietti che vivono all’interno di sei cassette a loro dedicate: Twiga (giraffa), Tembo (elefante) per le femminucce e Kiboko (ippopotamo), Tai (aquila), Cheetah (ghepardo), Simba (leone) per i maschietti. Tutti questi bimbi sono orfani e vivono in un contesto dove la famiglia ha dei valori ancora forti, dove ci si aiuta a vicenda, anche se non si ha uno stipendio, dove una nonna mantiene 8 nipotini adottivi barcollando sulle sue gambe mentre zappa il terreno per piantare delle carote o delle zucche, come fanno nonna Prisila e nonna Mary.

In Africa la poligamia che consente all’uomo di avere più di una moglie a seconda della tribú di appartenenza e alla propria condizione economica fa parte della cultura locale. In questa regione del Kenya, la Nyanza, c’è un elevata presenza di  l’HIV\AIDS e la sieropositività della coppia viene con faciltà trasmessa ai bambini e all’altra moglie o viceversa. Inoltre, a Karungu l’attività di sussistenza è la pesca; i pescatori vengono da villaggi dall’interno e si trasferiscono per alcuni mesi a Sori (villaggio di Karungu) con lo scopo di guadagnare qualche soldo. I più fortunati hanno una propria barca, ma la maggior parte di loro affitta l’imbarcazione e insieme a questa, alle reti e alle lampade di paraffina vanno a pescare. Gli uomini pescano tutta la notte e al ritorno sulla terraferma ci sono le donne che aspettano di comprare il pesce per poi rivenderlo. Tra le donne di Sori e i pescatori c’è un’altra attività che va per la maggiore, è il Jaboya – sex for fish: ovvero le donne-madri si prostituiscono ai pescatori per avere in cambio del pesce con cui sfamare i bambini e la propria famiglia o per venderlo al mecato. A volte succede che le donne si prostituiscano oltre che con i pescatori, con l’autista dell’autobus per portare il pesce al mercato e con un altro uomo per avere un po’ di spazio al mercato per vendere la propria mercanzia. È così che si trasmette l’HIV\AIDS soprattutto perché non c’è uso comune di protezione sessuale.

3 - bimbi asilo

A Karungu ci sono un totale di 20 scuole private e 36 pubbliche. Tra le varie attività che gli assistenti sociali svolgono ci sono le lezioni nelle scuole primarie riguardanti la prevenzione HIV\AIDS, l’educazione sessuale, sanitaria e alimentare. Sia io che Annalisa insegniamo nelle scuole primarie insieme ai nostri colleghi, anche se a volte non è semplice a causa della lingua perché non tutti parlano bene e capiscono l’inglese. La scuola in Kenya è suddivisa in primaria e secondaria. La scuola primaria è composta di 8 classi più l’asilo, mentre la scuola secondaria ha solamente 4 classi.

In questi mesi di servizio civile ho avuto modo di collaborare al progetto della campagna fotografica insieme al team degli assistenti sociali del Dala Kiye per il progetto di Adozione a Distanza. La campagna consiste nella raccolta di foto dei bambini delle 18 scuole di Gwassi e Karungu che sono già sponsorizzati per i quali si avranno delle foto aggiornate e raccolta dati dei nuovi bambini al di sotto degli 8 anni di età in attesa di adozione.  Grazie alla campagna fotografica ho visitato la maggior parte delle 18 scuole e ho collaborato alla raccolta dei dati dei nuovi bambini. In alcune ho proprio lasciato il mio cuore perché ci sono tanti bambini che hanno davvero bisogno di aiuto come i piccolini dell’asilo.

4 - omena essicato

In particolare vorrei riportare la storia di Edwin, un bimbo di 4 anni che ho conosciuto in una delle scuole dove lavoro e che attraverso il suo vissuto ho potuto approfondire e toccare con mano la realtà in cui vivono i bambini del Progetto Dala Kiye – We World. L’ho incontrato a gennaio quando visitai la sua scuola durante la campagna fotografica. Edwin non ha la mamma e vive con la nonna e il padre che di mestiere fa il pescatore. Un giorno il padre torna a casa con un pesce grande che si chiama in kiswahili “tilapia”, e i pesciolini piccoli che si chiamano”omena”; il padre prepara per se stesso la “tilapia” e l’”omena” per il resto della famiglia. Questa è la cena di ogni sera di Edwin: Omena, Sukuma Wiki (che è una verdura amara verde come gli spinaci) e Ugali (una particolare polenta preparata con farina di mais bianco). Lo sapete anche voi che dopo un po’ la cena stanca se è sempre la stessa, quindi immaginate Edwin! A un certo punto Edwin chiede al padre se può prendere un pochino del suo pesce e lui per risposta gli da degli schiaffi che risuonano in tutta la stanza. Edwin piange e si mangia i suoi pesciolini in silenzio senza replicare prima che gli venga tolto anche quel poco che ha da mangiare. Questo avvenimento mi è stato raccontato dalla maestra di Edwin e ricordo ancora la ferita che il bambino aveva sulla guancia… i suoi occhioni dolci e la sua risata.  Qualche giorno fa l’ho incontrato e vedere che lui non mi aveva dimenticato mi ha reso davvero felice: è corso verso di me e si è buttato tra le mie braccia! Che emozione poter vedere il suo sorriso birichino e sentire la sua vocina che mi chiamava “muzungo” e poi passeggiare insieme e parlare nei “cento linguaggi” dei bambini.

5 - Edwin e Valentina

Con i bambini capirsi è semplice. Quando ti prendono per mano, hanno già scelto di fidarsi di te. [Cit.]

Valentina Pitton

 

Aiuti umanitari in aree di crisi

“Ma siamo davvero sicuri che tutta questa gente abbia bisogno?”

È una domanda che mi pongo spesso da quando sono qua.
Ho imparato a conoscere gli usi locali e ad accettare i costumi e il modo di vedere le relazioni, la vita, la morte. Ho imparato ad andare oltre l’apparenza. Eppure questa domanda è difficile da sradicare.
Faccio parte di un progetto che prende il nome di “Aiuti umanitari in aree di crisi”. Ecco perché, forse, mi aspettavo una realtà diversa, forse a tratti anche più disagiata di quella in cui mi trovo.

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E allora cosa vuol dire aree di crisi? Crisi di che cosa? Crisi in relazione allo stato economico, sociale, sanitario? Certo sto in un continente diverso, in un contesto diverso rispetto alla mia “zona sicura”, perciò tutto deve essere visto in relazione a questo. La “crisi” che c’è qua è completamente diversa da quella a cui sono stata abituata. Perchè qua non è nemmeno percepita, loro non sanno nemmeno di essere in crisi, se glielo chiedi! Forse allora non saremmo noi occidentali a enfatizzare il significato di questa parola e a trovarle delle sfaccettature che nemmeno le competono?

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Oggi stavo in sala operatoria. C’era un chirurgo dall’Italia, uno di quelli che passano per di qua. Non ha voluto operare. E’ stato in disparte, ha guardato ciò che succedeva, ha dato la sua opinione, e ha lasciato fare. Io assistevo. Già dopo il primo taglio con il bisturi (dall’ecografia si vedeva una massa addominale, non meglio identificata) quello che ci siamo trovati davanti è stato assurdo. Era un tumore enorme, che non si capiva nemmeno da dove avesse origine. Sono partite le supposizioni. Il chirurgo locale chiedeva l’opinione di quello venuto dall’Italia che, con un garbo inaudito, rispondeva per quel che poteva, e incitava dall’esterno a proseguire, focalizzandosi sul fatto che pian piano le cose si sarebbero fatte più chiare.
Alla fine l’operazione è andata bene, è stato asportato un tumore ovarico di circa 4 chili da un chirurgo di 30 anni che ha eseguito la procedura in modo impeccabile. Dal canto mio ero ben felice di aver assistito attivamente, perché non credo che in Italia toccherò mai con mano qualcosa del genere, ma allo stesso tempo mi sono resa conto che tutto ciò che avevo visto e toccato era per me. Non per gli altri.
Tutti mi fanno i complimenti quando sanno del mio Servizio Civile all’estero, ma sento di non meritarli. Perchè la loro “crisi” non è così reale, non come la intendiamo noi, la intendevo io. Credo che loro non abbiano bisogno di noi, siamo più noi ad aver bisogno di loro, perchè diamo troppo peso alle parole, e ci focalizziamo solo su quelle.

“Aiuti umanitari in aree di crisi”. Ma non è questo! Scrolliamoci di dosso questa presunzione di voler globalizzare il significato delle parole. Oggi ho visto un medico in crisi in una situazione difficile, che voleva arrendersi, ma non lo ha fatto! E questa sua crisi gli è servita solo a crescere professionalmente e credo anche umanamente. Come quella stessa crisi è servita anche a me a crescere, ma di certo l’abbiamo vissuta in modo diverso.
In quella sala operatoria ognuno riconosceva la crisi dell’altro, che ne rispecchiava l’autenticità. Ed è questa la cosa bella. Perché per essere autentici bisogna assomigliare il più possibile all’idea che si ha di se stessi. Ed è quello che succede quotidianamente adesso. Vivo con la consapevolezza della diversità, non solo delle parole, ma soprattutto dell’essere.

Benedetta Piccoli, volontaria SCN AUCI in Kenya

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